Non è facile. Non è per niente facile. Indossare una maschera, intendo. L'elastico che stringe troppo non è nulla in confronto al fardello che una maschera ti da. L'indossarla diventa quasi un'ossessione. Ne senti il bisogno. Coprire chi sei realmente diventa parte della routine quotidiana. Con quell'oggetto addosso ti senti invincibile. Nessuno saprà mai chi sei, né se ne interesserà. Di prim'acchito ti libera da qualsiasi pensiero, ti senti te stesso, ma è tutta una bugia. Non sei quella maschera. Quella maschera è te.
Mi chiamo Quentin James Coltrane e sono un uomo mascherato.
Blackout. Lo chiamo "Blackout". Lui. L'altra parte di me. Lui è la maschera. Da quando indosso questa maschera non sono più me stesso. Forse non lo sono mai stato. Forse non sono mai esistito e tutto questo è solo frutto dell'immaginazione di Blackout. O forse lui è frutto della mia immaginazione. Forse.
Mi chiamo Blackout e sono una maschera. Io ho bisogno di lui e lui ha bisogno di me. Ci completiamo, senz'aver bisogno di nessun altro.
Forse cerco di nascondere qualcosa. Tutti noi nascondiamo qualcosa. Qualcosa così profondo che nemmeno sappiamo esiste.
Non riesco a togliermela. Non definitivamente. Quando mi guardo allo specchio, senza nulla a coprirmi il viso, vedo solo un uomo solo, pieno di cerotti e cicatrici. Un uomo che ha paura. Un uomo privo di emozioni. Un uomo morto. La maschera nasconde quell'uomo. Lo porta a sentirsi vivo, a sentirsi qualcosa di superiore. Ma, tutto ciò, è una bugia. Quell'uomo è solo, impaurito, privo d'emozioni e morto.
Mi chiamo Quentin James Coltrane e sono Blackout.

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